LA PRODUZIONE ARTISTICA PRIMA E DOPO
LA RIVOLUZIONE BASAGLIANA
Mirko Gambaro
Pubblicato in in “Adombramenti 1 – rivista di psicologia fenomenologica”, Lecce, Yucaprint, 2024.
- L’arte in manicomio prima e dopo la legge Basaglia: tra emarginazione e creatività
La vita degli artisti italiani reclusi nei manicomi prima della Legge Basaglia del 1978 era segnata da emarginazione, sofferenza e, in alcuni casi, da sorprendenti espressioni creative.
Queste persone versavano in condizioni di vita precarie e venivano trattate spesso in modo inumano. Di frequente venivano internati contro la loro volontà, etichettati come “pazzi” e privati della loro autonomia. I manicomi erano sovraffollati, sporchi e non fornivano cure adeguate. I “pazienti” erano persino sottoposti a trattamenti brutali come elettroshock, camicie di forza e lobotomie, spesso con effetti devastanti.
Oltre a vivere in condizioni disagevoli e disagianti, erano anche sottoposti a una tremenda emarginazione sociale: venivano isolati dalla società e dalla famiglia, considerati reietti e incapaci di reintegrarsi1.
Nonostante le avversità, alcuni pazienti trovarono nei manicomi lo spazio per esprimere la loro creatività. In Italia, in ambito medico-psichiatrico, vi è un interesse per i lavori realizzati dagli internati nei manicomi, già alla fine dell’Ottocento, con lo studio di Cesare Lombroso. Il criminologo è stato tra i primi a collezionare e mostrare queste opere, che definì “arte nei pazzi”2, un termine che è stato utilizzato per gran parte del Novecento. In seguito, molti altri suoi colleghi a lui contemporanei, racconteranno le vite degli “alienati” che creavano manufatti artistici vari, attirando così la loro attenzione. N’è un esempio il medico Giacinto Pacchiotti che nel 1883 pubblica la vita e le opere di Lorenzo Pedrone, artista torinese, ricoverato presso l’Ospedale Psichiatrico di Collegno, in provincia di Torino, nella seconda metà dell’Ottocento a causa di una depressione3.
Tra Ottocento e Novecento, l’arte viene utilizzata come fonte per capire e determinare la malattia di chi la realizza, considerandolo ancora ai margini della società. Siamo ancora lontani dal concetto di arte come terapia.
Negli anni Sessanta nasce una sensibilità nazionale nei confronti delle persone con disabilità e problemi psichici: la stampa nazionale entra nei manicomi e scrive reportage sulla sofferenza, la detenzione e, spesso, la violenza sui pazienti4.
Alcuni medici si dissociarono da queste metodologie, che non condividevano, e nel 1973 fondarono l’Associazione Psichiatria Democratica, sotto la direzione di Franco Basaglia, direttore del manicomio di Trieste, per promuovere una sensibilizzazione sociale e culturale sulla malattia mentale, che portò poi all’approvazione della legge n.180/19785.
In tutto questo percorso l’arte ebbe un ruolo notevolmente rilevante. Basaglia stesso scrisse alcuni articoli riguardanti il rapporto tra arte e psichiatria: “L’incontro con l’espressione figurativa malata” del 1963, l’anno seguente pubblica “Ambiguità ed oggettivazione dell’espressione figurativa psicopatologica” e “Kitsch ed espressione figurativa psicopatologica”. Un ultimo articolo del 1975 è intitolato “Condizioni e ruolo delle arti contemporanee nella crisi di trasformazione del mondo”.
Il rapporto di Basaglia con l’arte non fu solo teorico, egli si avvalse dello strumento artistico come mezzo per il recupero e per la socializzazione del paziente. Nel 1973, a Trieste, venne aperto il laboratorio artistico “Arcobaleno” sotto la guida dello scrittore Giulio Scabia e di un cugino di Basaglia, lo scultore e pittore Vittorio Basaglia.
I pazienti in questo laboratorio ebbero la libertà di lasciare una traccia di sé attraverso la scrittura, il disegno e la pittura, e la possibilità di trovare un ambiente aperto al confronto, alla discussione e alla partecipazione collettiva. Sempre a Trieste, nacque anche l’idea di creare “Marco Cavallo”, un enorme cavallo di cartapesta che i ricoverati costruiranno e decoreranno, diventando il loro simbolo di riscatto e di liberazione da quella reclusione forzata, e quel cavallo alla fine uscì dal cancello del manicomio, dirigendosi all’aperto, in piena città, accompagnato da una folla di ricoverati in festa6.
Franco Basaglia intuì quanto fosse potente la forza dell’arte nel modificare e migliorare il mondo. Arte come liberazione, come espressione della libertà, della vita di ogni individuo e come mezzo di socializzazione.
L’avventura di “Marco Cavallo” non è stato solo un episodio sporadico nella storia della psichiatria, della percezione della malattia mentale e dell’arteterapia7, tra le varie esperienze avviate a questo fine, particolare rilievo è occupato dagli atelier in cui si sperimentarono forme di terapia della creatività.
Gli esperimenti degni di nota furono quelli dell’Accademia della Follia fondata da Claudio Misculin nel 1974 proprio all’interno dell’ex manicomio provinciale di Trieste durante la direzione di Basaglia, della Tinaia presso l’ex ospedale psichiatrico Chiarugi di Firenze, del laboratorio di Antonio Slavich e Claudio Costa (poi Istituto per le materie e le forme inconsapevoli) a Genova Quarto8.
La rivoluzione basagliana ha avuto un impatto duraturo sull’arte e su molti artisti, ha ispirato nuove forme di espressione artistica e ha portato a nuovi approcci terapeutici. L’arte continua a svolgere un ruolo importante nel promuovere la comprensione della follia e della salute mentale, e nell’aiutare i pazienti a vivere una vita più piena e significativa.
La legge del ‘78 ha avuto un profondo impatto sull’arte e su quei pazienti che erano artisti o che lo diventeranno in seguito. Molti di questi iniziarono a esplorare temi legati alla follia nelle loro opere, spesso con una prospettiva critica verso i metodi tradizionali di cura. Allo stesso tempo, gli artisti che uscirono dai manicomi iniziarono a utilizzare l’arte come strumento terapeutico per esprimere le loro emozioni e a far fronte alla loro malattia.
Nasce in quegli anni, da un’impellente necessità interiore, l’art brut9, un’arte che si sviluppa fuori dalla cultura artistica ufficiale, produce in maniera indipendente, non segue modelli, ignora le tecniche, vive della propria necessità espressiva e inventa le proprie regole e il proprio lessico.
L’artista brut è la perfetta incarnazione del paziente psichiatrico pre settantotto: emarginato e autodidatta, la cui opera ha origine nella solitudine, nel disagio e spesso nella sofferenza.
Brut significa “grezzo” in opposizione a “culturale”, ma anche puro, autentico, incontaminato.
Art Brut amplia la nostra comprensione di quanto il gesto creativo, sia negli artisti di professione che negli autori spontanei e fuori dalle norme, attinga a una necessità psichica che è propria della vita mentale umana10.
Questa forma di creatività continuò a diffondersi, prendendo altre denominazioni, tra le quali prevalse Outsider Art, affermatasi grazie alla prima pubblicazione sul tema, nel 1972, dello storico dell’arte inglese Roger Cardinal11. Il termine rimanda ai termini “dentro-in” e “fuori-out”, per distinguere un’arte riconosciuta universalmente come tale, all’interno della società e del mercato dell’arte e un’altra al di fuori di ciò.
Il termine Outsider Art si rivelò più flessibile e neutro rispetto alla locuzione storica di Art Brut, e consentì la creazione di una struttura artistica parallela, coi suoi musei, col suo mercato, i suoi collezionisti e le sue riviste. Oggi nel mondo si contano più di ottanta istituzioni museali dedicate e una fiera che si tiene a New York e a Parigi, l’Outsider Art Fair.
Questa espressione artistica trova maggiormente riscontro, però, nei paesi anglofoni, soprattutto negli Stati Uniti. La cultura americana è più recettiva culturalmente, rispetto all’Italia, al riconoscimento estetico di queste opere così particolari12.
È Losanna però, con il suo museo “Collection de l’Art Brut”, a possedere la più vasta collezione di Arte Grezza, o meglio, Arte Spontanea, traduzione italiana dell’arte degli emarginati.
Il museo svizzero presenta il lavoro di Oreste Fernando Nannetti, che ha inciso per nove anni, con la fibbia del suo gilet, i muri dell’ospedale psichiatrico di Volterra dove era internato. Da questo gesto di libertà è nato un libro di pietra di 70 metri13.
Nannetti, conosciuto anche come Nof4, è l’esempio di come la necessità di esprimersi dell’essere umano sia così viscerale da dover rompere il silenzio dell’emarginazione e della solitudine dell’internamento psichiatrico. Il romano Oreste, nome che lo stesso Fernando Nannetti si diede, non ebbe una vita semplice, afflitto da una malattia genetica, entrò nell’ospedale toscano nel 1958. La legge Basaglia arriverà solo vent’anni dopo. Tra le mura, o meglio, sulla superficie delle mura che lo imprigionavano, trovò uno spazio per esprimersi in libertà. Tra quelle pareti dove era rinchiuso 23 ore su 24 insieme ad altre centinaia di uomini, in quell’unica ora di “libertà”, riusciva ad evadere da quella “galera” facendo propri quei muri, incidendo le sue pagine, grandi rettangoli accompagnati da suoi “graffiti”, che sembravano iscrizioni etrusche.
Gli fu permesso di incidere le pareti in quanto non disturbava le guardie, né gli altri internati.
Non è un caso che il suo linguaggio – l’opera di Nof4 – fu scoperta un anno dopo la rivoluzione Basagliana: alla chiusura, (o all’apertura?), dei manicomi, nel 1979, il fotografo Pier Nello Manoni incontrò quelle testimonianze e le salvò dall’oblio. A Manoni venne commissionato un documentario fotografico sull’ospedale psichiatrico di Volterra prima della sua chiusura, si imbatté nelle pareti delle evasioni di Nannetti e rimase affascinato dall’opera di quel pazzo. Fotografò le pagine del libro di pietra una dopo l’altra, cercando anche di decifrarne le scritte.
Manoni si appassionò così tanto alla figura di Fernando Oreste Nannetti, che decise di realizzare un film a lui dedicato, “I graffiti della Mente. N.O.F.4 Moro Secco Spinaceo”, un documentario che presentò all’Italia l’Art Brut e Nannetti14.
Successivamente si interessò all’opera dell’ormai ex internato Lucienne Peiry, la storica dell’arte svizzera e specialista in Outsider Art, che impiegò sette anni per la preparazione della prima retrospettiva di questo capolavoro, costituita da fac-simile del muro15, da letture sonore a supporto di questa poesia così anomala e dalle immagini di Pier Nello Manoni.
Negli anni Cinquanta e Sessanta una parte della società scopre una sensibilità nuova nei confronti degli istituti psichiatrici e dei loro “ospiti”. Vi è sempre stata una sorta di morbosa curiosità nei confronti dei “pazzi”, basti considerare il collezionismo che certi medici della mente facevano dei manufatti dei loro pazienti a cavallo tra il XIX e il XX secolo, un vero e proprio feticismo del diverso, del reietto, del demente. Col tempo però, grazie all’informazione reportistica dei giornalisti e a un nuovo sentimento di accoglienza, e non più di emarginazione, nasce una nuova sensibilità, e ci si accorge della voglia di espressione e libertà delle persone con malattie o disturbi mentali. Molti di questi malati, che successivamente divennero pazienti seguiti con il rispetto dovuto, furono artisti o lo diventarono, raggiungendo anche il giusto successo, anche per merito di Basaglia e di chi come lui si batté per i loro diritti. Non tutti però ebbero la fortuna di vivere la rivoluzione di quegli anni.
- Antonio Ligabue: un artista che non ha visto la rivoluzione
Dal 1978, anno della legge 180, Antonio Ligabue diventa, a parere di molti critici d’arte italiani, l’emblema del riscatto dalla malattia mentale e nello stesso momento Franco Basaglia, padre dell’anti-psichiatria italiana, oppone all’idea romantica di malattia mentale la necessità di cambiare le dinamiche sociali e riformare le pratiche terapeutiche destinate ad alleviare i disagi dei disturbi psichici16.
Antonio Costa (nome di nascita di Ligabue) nacque a Zurigo ed ebbe un’infanzia difficile, durante la quale perse la madre, due fratelli minori e venne affidato a genitori adottivi, cominciando da subito a soffrire di malattie mentali e rachitismo. Tra l’infanzia e l’adolescenza, venne espulso da scuola, aggredì la madre adottiva e iniziò a essere ricoverato frequentemente in un ospedale psichiatrico. Arrivò in Italia per il servizio militare e fu riformato. In seguito, nel 1919, si stabilì a Gualtieri in provincia di Reggio Emilia, città natale del primo padre adottivo da cui prese il cognome. In quel piccolo paese della campagna padana, il cui campanile compare spesso nei suoi dipinti, gli fu dato il soprannome di “El Tudesc”, poiché appena arrivato non parlava una parola d’italiano, e visse lavorando come bracciante e talvolta dipingendo manifesti per i circhi che si fermavano da quelle parti.
La vita di Ligabue fu tormentata, caratterizzata da astio e incomprensioni. Trovò consolazione nella pittura e nella scultura, raffigurando di frequente animali esotici collocandoli nel paesaggio emiliano.
Una svolta vi fu nel 1928, quando venne in contatto con l’artista Renato Marino Mazzacurati, che ne riconobbe il talento e lo aiutò concretamente incoraggiando la sua arte.
Nonostante Ligabue trovasse nell’arte un po’ di conforto, i casi di ricovero in ospedali psichiatrici furono numerosi, tra la fine degli anni ’30 e la metà degli anni ’40 Ligabue venne ricoverato presso l’ospedale psichiatrico San Lazzaro di Reggio Emilia a più riprese, a causa del carattere irascibile e violento del pittore e i ripetuti gesti di autolesionismo. Particolarmente significativo fu quello tra il 1945 e il 1948, causato da una lite con un soldato tedesco. In questa circostanza gli fu diagnosticata una psicosi maniaco-depressiva, caratterizzata da aggressività verso gli altri e verso di sé.
Data la sua indole “animalesca” e il suo carattere così scontroso, misterioso e orgoglioso, gli animali sono un soggetto con cui Ligabue sente una certa sinergia. Tramite l’arte racconta la sua vita drammatica, che prova ad alleggerire impastando i colori e plasmando l’argilla del Po.
L’arte è lo strumento grazie al quale Ligabue riesce a sublimare le sue ossessioni e chiarire le sue memorie. La sua è una pittura analitica, e il soggetto della sua analisi è egli stesso.
L’artista, attraverso la raffigurazione della natura, ricercò una serenità che la sua mente irrequieta non gli concedeva, in una società in cui il diverso veniva, e viene sovente ancora oggi, considerato pazzo, malato e da tenere a distanza. Prima che la sua arte fosse valorizzata, la sua esistenza fu piena di povertà e solitudine, ma mediante le vibranti pennellate della sua pittura espresse la psiche della sua individualità, riproducendo un mondo brulicante di animali dello zoo che lottano, alla ricerca della libertà, come lui combatteva la sua psicosi.
Alcuni dipinti, come quelli in cui le tigri spalancano le fauci, ricordano le urla interiori e angoscianti dell’urlo di Munch. Queste opere sono lontane nel tempo ed esteticamente differenti, ma la formula dell’infelicità è la medesima, si ritrovano la stessa tensione, l’isolamento sociale, la mancanza di amore, la solitudine e il dolore.
Nel 1961, per Ligabue arrivò il successo con una personale alla Galleria La Barcaccia di Roma, punto di riferimento in quegli anni per l’arte contemporanea. Nonostante il riconoscimento di critica e pubblico, e il nuovo status economico, la sua situazione di “disperato” non cambiò, nessuno continuava a essere interessato a lui in quanto individuo17.
Nel novembre 1962 il pittore fu colpito da una grave paresi che lo rese invalido, ma dipinse fino alla fine. Dopo diverse degenze ospedaliere, venne preso in cura al Ricovero Carri di Gualtieri dove morirà il 27 maggio del 196518.
La storia di Antonio Ligabue è quella di un emarginato che non ha conosciuto la rivoluzione basagliana, che non ne ha beneficiato, nonostante il successo avuto dalla sua arte e la situazione economica decisamente migliorata. Egli rimase in solitudine e senza affetti, in quanto visto ancora come un “pazzo” che incuteva paura o vergogna. La legge Basaglia, e il cambiamento che portò con sé, riuscì almeno in parte a rendere di nuovo umane, e viste come tali, alcune persone che altrimenti sarebbero rimaste disperate19.
- L’arte entra ed esce dai manicomi
L’arte, dal 1978, si configura come un potente strumento di comunicazione e di relazione, capace di abbattere stigmi e pregiudizi e di favorire l’inclusione sociale delle persone con disagio mentale. Attraverso l’espressione artistica, gli individui possono esplorare emozioni, elaborare esperienze difficili e costruire nuove forme di identità e di appartenenza. L’impegno congiunto di istituzioni, operatori e artisti, ha contribuito a fare dell’Italia un punto di riferimento internazionale nell’ambito dell’arteterapia, offrendo un modello di riferimento per la promozione del benessere mentale e della salute attraverso l’arte.
Lo psichiatra veneziano riteneva che la rigidità dei confini tra ragione e follia, normalità e anormalità, città e manicomio portassero all’isolamento e all’intolleranza. Per questa ragione era necessario rendere quei confini permeabili, consentendo la comunicazione e la contaminazione. Alla base della sua lotta, spiegata molto bene nelle “Conferenze brasiliane” del 1979, c’era la volontà di “portare fuori chi è dentro e dentro chi è fuori”20.
Le storie dell’arte e dei manicomi sono intrecciate dalle opere create dagli internati, che così facevano conoscere all’esterno le proprie solitudini e dolori, e dagli artisti che, tramite il loro lavoro, hanno portato il pubblico all’interno di quelle mura. Come nel caso dell’artista siciliano Bruno Caruso che dal 1953 al 1958 intraprende una campagna per la revisione della psichiatria insieme con Franco Basaglia e realizza una serie di disegni che denunciano le condizioni disumane dei pazienti del Manicomio di Palermo21.
L’intreccio tra arte e Legge Basaglia è una storia ancora in evoluzione, che continua a generare nuove riflessioni e a dare vita a opere potenti e significative. L’impegno per una società più inclusiva e rispettosa della salute mentale passa anche attraverso la valorizzazione dell’arte come strumento di espressione, denuncia e cambiamento.
L’arte ha rappresentato e rappresenta un potente strumento per dare voce a chi spesso ne è privo, per abbattere i muri della discriminazione e per costruire una società più rispettosa della diversità. La Legge Basaglia ha dato un impulso fondamentale a questo processo, aprendo la strada a una nuova sensibilità e a una produzione artistica ricca e significativa.
La “rivoluzione artistica basagliana”, ovvero il riscatto sociale avvenuto grazie all’arte in concomitanza alla legge 180, permette che la salute mentale di una persona e la follia non siano più tabù, ma che vengano esplorate con apertura e senza pregiudizi, spesso sfidando gli stereotipi e la discriminazione ancora presenti nella società.
Le opere affrontano la deumanizzazione subita dai pazienti psichiatrici durante l’epoca manicomiale, dando voce alle loro sofferenze e restituendo loro dignità.
Si pone l’accento sui diritti umani e la libertà individuale, rivendicando il rispetto e l’inclusione sociale delle persone con disagio mentale.
Vengono indagati i confini tra normalità e follia, mettendo in discussione le categorie diagnostiche e la medicalizzazione della sofferenza.
La vita e le opere di Franco Bellucci22 sono l’archetipo della rinascita avvenuta grazie alla “rivoluzione artistica basagliana”, un tributo alla resistenza umana alle avversità e alla potenza dell’arte come aiuto nel superarle.
Dopo aver passato gran parte della sua vita tra le mura del manicomio di Volterra, nel 1978, grazie alla Legge Basaglia, Bellucci tornò dapprima a casa, dove aveva lasciato i suoi giocattoli, con i quali nel tempo si esprimerà, ma successivamente, avendo bisogno di cure, fu trasferito nel Centro Basaglia di Livorno, iniziando a dedicarsi all’arte attraverso un percorso di recupero esistenziale.
Dotato di una forza fuori dal comune, Bellucci crea i propri giocattoli recuperando oggetti diversi disseminati ovunque, come bottiglie di plastica e indumenti dei suoi compagni di stanza. Poi, grazie al suo buon rapporto con responsabile del laboratorio artistico del Centro Basaglia, Riccardo Bargellini, iniziò a provare nuovi materiali.
La pratica dell’artista ne testimonia l’intrinseca necessità di decostruire e ricostruire il mondo, un bisogno di contatto tattile incontenibile. Le sue creazioni nascono da vecchi giochi smontati e riassemblati, molto spesso legati l’uno agli altri23.
Franco Bellucci morì nel 2020, ma il suo lavoro continua a ispirare e affascinare il mondo dell’arte. La sua storia dimostra come la creatività e la voglia di vivere possano emergere dalle difficoltà. Le sue opere sono esposte in differenti musei e gallerie d’arte in tutto il mondo, dimostrando che il suo contributo all’Art Brut, il movimento artistico che celebra l’arte non convenzionale e autodidatta, continua a influenzare e ispirare tanti altri artisti ovunque.
L’impatto innovativo dell’operazione portata da Basaglia tramite “psichiatria democratica” fu trasversale socialmente e geograficamente, anche un artista come affermato come Piero Gilardi a Torino, scelse di dedicarsi all’uso terapeutico dell’arte con i malati di mente della sua città24.
- Arte, follia e arte-terapia prima e dopo la legge 180
La figura dell’artista folle ed emarginato è un derivato dell’immaginario romantico ottocentesco, però esistono casi di artisti che hanno convissuto effettivamente con problemi psichici e/o neurologici, basti pensare ad alcuni giganti dell’arte del passato che soffrivano di psicopatologie più o meno accertate e curate, quali Van Gogh e Munch, e grazie all’esempio del disturbo di cui soffriva il re della Pop Art Andy Warhol (malato di epilessia) sappiamo che il danneggiamento delle funzioni neuropsichiche non interferisce con il talento artistico.
L’arteterapia d’altro canto non produce arte e trae il suo giovamento terapeutico dalla messa in atto di un processo creativo che consente di sperimentare la struttura del meccanismo dell’io attraverso la regressione caotica, ritornando al caos che avviene prima della creazione. Il prodotto delle parti divise è ricombinato e riconfigurato, anche se inconsciamente, migliorando il sé e i propri sintomi. Attraverso l’arte e la creatività, i soggetti appartenenti a questo gruppo di individui riescono ad esprimere liberamente la propria personalità e le proprie idee perché più accolti.
Dai tempi dei poeti maledetti, le persone hanno cercato l’arte anche nella follia, utilizzando persino droghe psicoattive ingerite volontariamente per creare stati mentali oltre la consapevolezza e la veglia, incoraggiando l’immaginazione e la fantasia attraverso allucinazioni, ossessioni e deliri. Queste sperimentazioni però non hanno mai dimostrato che il delirio folle migliori il talento. Difatti, anche nei lavori degli artisti che soffrono di malattie capita che siano evidenti le caratteristiche di una mente alterata e quindi non riescono a realizzare manufatti che possano risultare interessanti25.
La distinzione tra artista “regolare” e artista “irregolare” è labile, entrambe le produzioni hanno pari dignità artistica e ciò viene affermato nel 2013 dalla 55a Biennale di Venezia curata da Massimiliano Gioni, intitolata “Il Palazzo Enciclopedico”, come il progetto degli anni Cinquanta dell’artista autodidatta Marino Auriti, dove i grandi dell’arte contemporanea internazionale furono affiancati da artisti sconosciuti e irregolari nella volontà di mostrare il momento in cui il desiderio di conoscenza si trasforma in ossessione e paranoia26.
Grande partecipazione in Italia ha trovato la situazione, a partire dagli anni Sessanta, della città di Torino, dove si sono sperimentate operazioni creative ispirate da artisti e intellettuali innovatori come Michelangelo Pistoletto e Piero Gilardi e lo psichiatra Gustavo Gamna27.
Già prima della Legge Basaglia le istituzioni torinesi promossero in città attività laboratoriali dirette all’utenza psichiatrica, tramite artisti ed educatori che si adoperarono per cambiare la concezione svalutante delle terapie e di pazienti che vi era nella società fino a quel momento. L’attività degli operatori torinesi migliorò con l’arrivo della riforma basagliana che rese la pratica artistica parte di un intervento che riguardava non più solo la persona, ma anche il suo contesto sociale, migliorandone le capacità, il comportamento e l’autostima28.
In quegli anni a Torino, durante le attività artistiche all’interno delle terapie, si cominciarono anche a conservare le opere realizzate nei vari atelier e laboratori, sia per riflettere sull’efficacia delle iniziative e delle pratiche sviluppate, sia per creare uno storico delle attività realizzate, ampliando la raccolta delle opere anche alla provincia, ottenendo un Archivio storico cittadino che ospita 30.000 opere di oltre 150 autori29.
Nel capoluogo piemontese inoltre vi fu una tavola rotonda presso Palazzo Barolo, dal titolo “Art Brut, Outsider Art e Arte Irregolare: le parole per descrivere”, in cui si vi fu un confronto e un dibattito su quali potessero essere i termini e i criteri più efficaci, condivisi e/o condivisibili, per descrivere le differenze e definire l’arte “regolare” e quella “irregolare”, arrivando alla costruzione di un linguaggio scientifico comune per chi studia o si occupa di arte marginale e indipendente da chi opera nel campo dell’arte contemporanea. L’incontro confermò l’esigenza di distinguere fra Outsider Art – Irregolare/Art Brut, da un lato, e produzione espressiva dall’altro, che spesso ha una sua dignità ma non un valore artistico. La definizione e l’identificazione di artista outsider non è ancora ben precisa o definita, in quanto è tuttora da stabilire se si possa definire tale per requisiti stilistici o biografici30.
Nello specifico, il modo in cui la creatività entra in contatto con i pazienti con disturbi psicologici è l’arteterapia[M1] che, praticata in strutture psichiatriche da terapeuti specializzati, utilizza le immagini per esprimere emozioni represse e nascoste liberamente, in modo autentico e spontaneo, non passando attraverso la verbalizzazione e quindi per modelli concettuali31. Il soggetto mentre disegna può rielaborare, secondo il proprio schema mentale, le esperienze traumatiche, riuscendo a ricollegare armoniosamente passato, presente e futuro, sperimentando la libertà e la leggerezza, così da permettere all’individuo di ricostruirsi senza provare angoscia e paura32.
In Italia l’arteterapia ormai è diffusa in ospedali, centri diurni e case circondariali. L’arteterapeuta, o artista terapista, è una figura che rientra nell’insieme eterogeneo delle professioni non organizzate, attualmente riconosciute e citate dalla Legge 14 gennaio 2013, n. 4. La formazione nel settore è offerta da diversi enti formativi, che propongono svariate tipologie di corso, da seminari di breve durata a una formazione privata triennale, a frequenza mensile, fino a giungere a corsi a tempo pieno biennali, come quello in Teoria e Pratica della Terapeutica Artistica dell’Accademia delle Belle Arti di Brera. L’arteterapia nel nostro paese è stata profondamente promossa dall’esperienza di Franco Basaglia che, anche attraverso l’arte, permetterà la deistituzionalizzazione e la nascita di una psichiatria alternativa33.
Durante i laboratori di arte terapia, il terapista è in grado di accogliere le differenti richieste del paziente, di modificare, nel caso, gli obiettivi preposti, dando risalto all’elaborato che diventa un’immagine considerata come un’opera più o meno sintomatica. All’interno della terapia artistica, che sia fatta individualmente o in gruppo, è importante l’elemento processuale della creazione.
Nel corso dei laboratori artistici negli Ospedali Psichiatrici la gestione del momento terapeutico è appannaggio del personale dotato di una qualifica artistica, ma non necessariamente formato dal punto di vista delle conoscenze psicoterapeutiche, che sono esclusive dello psichiatra.
Si tratta dunque di una scissione di qualifica, ognuna con il proprio ruolo e competenza ben distinta: da una parte l’azione artistica, delegata al maestro d’arte, e dall’altra la psicoterapia, effettuata dallo psichiatra o psicoterapeuta, dove però la figura dell’arte terapeuta diventa centrale, pur sempre confrontandosi con i medici per strutturare un corretto percorso terapeutico.
All’interno della terapia l’immagine non è un’opera finita, ma si trasforma in un working in progress, necessario per un cambiamento. Lo scopo è di utilizzare i lavori stessi come cartina tornasole della realtà così come è percepita dalla persona.
Possiamo definire l’arteterapia come una grande virtù attraverso la quale è possibile scoprire e valutare il lavoro dei pazienti, permettendo loro di evadere metaforicamente dalla detenzione, fisica o mentale, attraverso l’uso delle loro immagini.
Nella creazione e formazione di arte terapeuti nel nostro paese si assiste ad una maggiore presenza di operatori che provengono dall’ambito terapeutico rispetto a quello artistico, creando un fenomeno di “spersonalizzazione artistica”, cioè considerando l’aspetto artistico come un semplice strumento in grado di trasmettere il processo terapeutico34 e sarebbe indispensabile equilibrare il più possibile i due aspetti fondamentali dell’arteterapia.
- L’eredità della “rivoluzione artistica basagliana”
La rivoluzione basagliana non genera vere e proprie correnti artistiche, ma tende ad inserirsi nei contesti di Arte Irregolare e Outsider Art, ed è importante sottolineare quanto la sua relazione con l’arte sia complessa e polivalente. Non tutti gli artisti che sono stati influenzati dal lavoro di Basaglia erano necessariamente d’accordo con le sue idee politiche o sociali, tuttavia la legge 180 ha sicuramente rappresentato un punto di riferimento importante per molti artisti italiani, offrendo loro nuove prospettive e nuove ispirazioni. Ad esempio, per alcuni esponenti dell’Arte Povera, la Rivoluzione Basagliana, pur sviluppatasi in contesti differenti, presenta interessanti connessioni. Entrambi i movimenti ebbero un impatto significativo sulla società italiana del secondo dopoguerra, sfidando i paradigmi consolidati e promuovendo nuove visioni del mondo35.
Dunque il 1978 ha avuto un impatto profondo sul mondo dell’arte, contribuendo a sdoganare l’arte degli emarginati e a riconoscerne il valore estetico e culturale. Le opere di artisti come Antonio Ligabue e Franco Bellucci sono oggi testimonianze preziose della creatività e dell’ingegno umano, capaci di superare anche le barriere più difficili.
Questa rivoluzione ha trasformato nell’intimo la vita di molte persone, tra cui diversi artisti, tanti dei quali erano stati internati nei manicomi, trovando, dopo la legge 180, finalmente la libertà di esprimere la propria creatività e di condividere la loro arte con il mondo.
Negli anni l’Art Brut in Italia ha trovato diversi esponenti, che proprio nella creatività hanno trovato il loro riscatto, uno di questi fu Giovanni Bosco che nacque e crebbe, orfano di padre, nella Sicilia rurale degli anni Cinquanta, arrangiandosi con lavoretti saltuari e furtarelli, per i quali venne arrestato e allontanato dall’isola per due anni. Ebbe un crollo psichico quando scoprì per caso che due dei suoi fratelli più giovani furono assassinati, e fu ricoverato in un ospedale psichiatrico. Tornato al suo paese, condusse una vita da reietto ed emarginato in condizioni di estrema povertà. Tra il 2002 e il 2003 iniziò a disegnare e scrivere per strada, sui muri delle case e su supporti di fortuna, delineando, tramite le sue figure, un proprio linguaggio espressivo originale e incisivo. Col tempo l’arte lo assorbe completamente e nel 2008 venne scoperto dal fotografo Boris Piot e dal collettivo francese “Animula vagula”, poi sostenuto dall’“Osservatorio Outsider Art” dell’Università di Palermo e dal museo svizzero Collection de l’Art Brut di Losanna che ne acquista le opere, e ricordato da suoi concittadini appassionati al suo lavoro. Bosco, nel momento in cui inizia l’interesse internazionale nei suoi confronti, si ammalò gravemente e morì. La sua arte però vive attraverso l’“Associazione Outsider Art Giovanni Bosco” che tutela e conserva i suoi dipinti e disegni murali36.
Altro artista italiano esponente dell’Arte Irregolare, o Art Brut, degno di nota è Giovanni Galli. Nato a Firenze, lavorò per un certo periodo nell’azienda paterna come venditore di profumi e cosmetici. Alla morte del genitore, trovò un lavoro part-time nel dipartimento finanziario del Comune, mentre era in cura per problemi di salute mentale. Durante il suo ricovero in un istituto psichiatrico, nel 1994, entrò nel laboratorio artistico “La Tinaia”37, dove si concentrò particolarmente sul disegno.
Dai colori vivaci e dall’estetica simile a quella dei fumetti, al centro delle sue composizioni vi sono donne nude circondate da macchinari militari e spaziali o ritratte in ruoli dominanti in scene di sadomasochismo38.
Questi sono solo alcuni degli artisti nati dai manicomi e/o dalla loro chiusura in Italia dopo la legge Basaglia. La loro arte è una testimonianza importante della sofferenza e della speranza che hanno vissuto, è un invito a riflettere sulla condizione delle persone con disagio mentale nella nostra società.
Oltre agli artisti menzionati, ce ne sono tanti altri che hanno trovato la loro voce creativa dopo la chiusura degli ospedali psichiatrici. Le loro opere sono esposte in musei e gallerie d’arte in tutto il mondo e contribuiscono a diffondere una maggiore consapevolezza sulla salute mentale e sul benessere psicologico.
Nel tempo anche in Italia sono nate istituzioni che hanno accolto collezioni di Arte Irregolare come il “Museo Laboratorio della Mente” di Roma, allestito nel 2000 all’interno dell’ex manicomio Santa Maria della Pietà, inserito nell’Organizzazione Museale Regionale del Lazio che ospita opere di artisti con disturbi mentali e organizza attività di arteterapia. È un museo di narrazione che documenta la storia dell’istituzione manicomiale ed elabora una costante riflessione sul paradigma salute/malattia, dell’inclusione sociale, sulla politica delle terapie e delle culture, tentando di coinvolgere il più possibile la comunità39.
Nel 2013 aprì anche il primo museo italiano dedicato, il “MAI – Museo di Arte Irregolare”, nell’istituto di riabilitazione psichiatrica di Villa Cattaneo a Sospiro, in provincia di Cremona. La missione del museo era quella di conservare opere di artisti inediti, attivi nei centri di riabilitazione psichiatrica e neurologica, in atelier, in situazioni atipiche, ma anche promuovere iniziative, eventi e laboratori. In seguito però lo scarso sostegno istituzionale, porterà alla chiusura dell’esperienza dopo solo quindici mesi40.
Nel 2018 a Mariano di Casteggio, nel pavese, nacque la “Casa dell’Art Brut”, presso Villa Rajna della Fondazione Bussolera Branca. Il museo propone esposizioni, ricerca, divulgazione, vanta una biblioteca di 2.000 volumi specialistici su arte e discipline psichiatriche, e contiene circa 30.000 pezzi di 200 artisti che provengono dalla Collezione Fabio & Leo Cei, dal Fondo di Bianca Tosatti (che raccoglie tra i più importanti artisti italiani di Art Brut e Arte Irregolare, quali Carlo Zinelli, Pietro Ghizzardi, Tarcisio Merati, Umberto Gervasi, Franca Settembrini, Agostino Goldani, Paolo Baroggi, Antonio Dalla Valle) e dal Fondo Faustino Borgalli41.
Oltre a queste realtà, numerose altre istituzioni e manifestazioni artistiche si sono costituite in Italia negli ultimi decenni, animate da un profondo impegno nella promozione dell’arte come strumento di cura, riabilitazione e integrazione per le persone con disagio mentale. L’eredità della Legge Basaglia continua a ispirare nuove esperienze e a dare vita a spazi di espressione e di incontro che valorizzano la dignità e la creatività di ogni individuo.
Il Festival dell’“Outsider Art e dell’Arte Irregolare” nasce nel 2016 da un’idea del “Nuovo Comitato il Nobel per i Disabili Onlus” e il Dipartimento di Salute Mentale di Bologna e viene svolto in città sempre diverse, trasformandosi in un progetto innovativo che nel corso degli anni si è sviluppato grazie al lavoro di un’ampia rete costituitasi tra le maggiori realtà italiane specializzate in Arte Outsider e Irregolare42.
La rivoluzione basagliana ha promosso la comparsa di nuove forme espressive, favorendo la riflessione su tematiche sociali importanti e contribuendo alla valorizzazione dell’arte come strumento terapeutico e di riabilitazione. L’eredità di Basaglia continua a ispirare artisti, operatori culturali e studiosi, alimentando un dibattito culturale e sociale di grande attualità.
L’approvazione della Legge 180 in Italia nel 1978 ha influenzato profondamente il mondo dell’arte, dando vita a un panorama ricco di istituzioni e manifestazioni dedicate all’arte come strumento terapeutico e di espressione per le persone con disagio mentale, costituendo uno dei momenti più alti della storia della Penisola: un’enorme conquista di carattere sociale, umano e civile. In quanto tale, va conosciuta e difesa, come tutti gli altri importanti diritti civili acquisiti nel Paese, per non permettere che si possa mai tornare indietro.
1 Cfr. F. BASAGLIA, L’istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico, Milano, Baldini + Castoldi, 2018.
2 Cfr. C. LOMBROSO, M. DU CAMP, L’arte nei pazzi, “Archivio di psichiatria, antropologia criminale e scienze penali per servire allo studio dell’Uomo alienato e delinquente”, 1, 1880, pp. 424-437.
3 Cfr. G. MANGIAPANE, C. BALMA-TIVOLA, Arte irregolare in Italia. Storie, passaggi e connessioni, “Medea”, VI, 1, 2020, DOI: 10.13125/medea-4175, p. 3,4.
4 Cfr. www.psichiatriademocratica.it
5 Tale legge, che porta il nome dello stesso Basaglia, riforma radicalmente la disciplina psichiatrica, le modalità di gestione e cura della malattia, il rapporto medico-paziente: da quel punto in poi il lavoro dello psichiatra consisterà nel tentativo di gestire sintomi e ridurre la sofferenza del paziente, e in quello di pianificare iniziative atte a restituire la persona al contesto sociale.
6 https://www.nuoveartiterapie.net/old/post-recenti/la-mediazione-artistica/riflessioni/ricordando-basaglia-un-pioniere-delle-artiterapie/
7 L’arteterapia è una disciplina che utilizza l’arte come strumento terapeutico per aiutare le persone a esprimere le proprie emozioni, a migliorare il proprio benessere psicologico e a sviluppare nuove capacità. La rivoluzione basagliana ha contribuito a diffondere l’arteterapia in Italia, riconoscendola come un valido strumento per la riabilitazione psichiatrica.
8 Cfr. G. MANGIAPANE, C. BALMA-TIVOLA, Arte irregolare in Italia. Storie, passaggi e connessioni, “Medea”, VI, 1, 2020, DOI: 10.13125/medea-4175, p. 7.
9 www.treccani.it: Nome dato a pitture, disegni, oggetti eseguiti da alienati, bambini, persone comunque estranee a un ambiente culturale e prive di qualsiasi educazione artistica. Le prime collezioni furono iniziate intorno al 1945 dal pittore J. Dubuffet, che nel 1948 fondò la Compagnie de l’art brut, che ha curato alcune esposizioni e pubblicato dal 1964 un periodico, “L’art brut”. Legata al concetto di un’ispirazione artistica autonoma, incolta, l’art brut ha avuto un certo riscontro nell’arte moderna. La maggiore collezione di quest’arte è stata donata da Dubuffet (1972) alla città di Losanna e sistemata nel castello di Beaulieu. Dubuffet utilizza per la prima volta il termine di Art Brut, in una lettera al pittore René Auberjenois, per designare la forma d’arte più oscura e inconscia. Lui stesso è andato a trovare opere, di grande rilievo artistico, negli ospedali psichiatrici e in altri luoghi per marginali e visionari. È l’arte più pura e spoglia di qualsiasi influenza esterna. Jean Dubuffet chiama queste opere frutto della solitudine, di pura autenticità, d’impulso creativo in cui non intervengono preoccupazioni di competizione, di applausi o promozione sociale. Quest’arte ha la funzione di favorire una fragile stabilità, data dalla totale libertà.
10 Cfr. https://www.outsiderartsicilia.it/definizioni/art-brut-e-outsider-art/art-brut/
11 Roger Cardinal fu professore dell’Università del Kent a Canterbury, in Inghilterra, storico dell’arte e coniò il termine outsider art.
Scrisse libri sul Surrealismo come “Permanent Revelation” del 1970, con Robert Short e nel 1972 “Outsider Art”, che fu il primo libro in lingua inglese pubblicato sul tema dell’art brut. Nel 1979, insieme a Victor Musgrave, curò la mostra “Outsider”s alla Hayward Gallery di Londra. Cardinal scrisse diverse pubblicazioni sui singoli artisti e sull’architettura outsider, sull’arte carceraria, sull’arte autistica e sulla pittura della memoria.
12 Cfr. https://www.olhos.it/arte/GIAD21_FL314A/44
13 La Collection de l’Art Brut è ospitata nello splendido Château de Beaulieu in un quartiere centrale di Losanna e presenta le creazioni di artisti autodidatti, spesso emarginati, detenuti o internati, persone marginali chiuse in una posizione ribelle o impermeabile alle norme e ai valori collettivi, che creano senza preoccuparsi della critica pubblica o del giudizio altrui.
Le loro opere, prodotte con mezzi e materiali generalmente non convenzionali, sono prive di influenze della tradizione artistica e applicano modi singolari di figurazione. Questi artisti non creano per il riconoscimento o per l’approvazione, generano perché è una loro pulsione.
14 Cfr. https://www.swissinfo.ch/ita/cultura/art-brut-il-libro-di-pietra-di-oreste-fernando-nannetti/30405208
15 Il muro di Nannetti è un’opera effimera, oggi quasi impossibile da fruire. Con il tempo le mura dell’ospedale di Volterra sono andate in rovina preda di persone che negli anni ne hanno raccolto dei pezzi, non contribuendone alla conservazione. Presto la totalità di questa singolare introspezione scomparirà del tutto.
16Cfr.https://www.teche.rai.it/2016/03/anti-psichiatria-come-visione-del-mondo-le-idee-di-basaglia/#:~:text= Franco%20Basaglia%20(Venezia%2C%2011%20marzo,180%2F1978).
17 Cfr. https://ildomaniditalia.eu/antonio-ligabue-genio-e-follia/
18 Cfr. https://artsandculture.google.com/story/ZAUxv9taaRWsyA?hl=it
19 Inteso nella quadruplice accezione di malato giudicato ormai inguaribile; di persona che non ha più speranza in qualche cosa; non che privo quasi d’ogni speranza; individuo in preda alla disperazione.
20 Cfr. https://www.exibart.com/arte-contemporanea/mind-the-gap-a-gorizia-il-progetto-darte-contemporanea-ispirato-a-franco-basaglia/
21 Cfr. https://www.bruno-caruso.com
22 Franco Bellucci, ultimo di tre figli, nacque a Livorno nel 1945. La sua vita si complicò fin dalla nascita, quando rischiò di morire a causa di una grave lesione cerebrale causata da un violento attacco. Questa lesione ritardò il suo sviluppo psicologico e lo privò della parola. Da adolescente, Bellucci sviluppò un comportamento compulsivo-distruttivo nei confronti degli oggetti che lo circondavano. Un episodio significativo avvenne il 15 febbraio 1961, durante un’eclissi solare totale che oscurò il cielo del Nord Italia. In preda a una crisi epilettica, si ferì gettando un televisore dalla finestra, per cui finì in ospedale, dove distrusse gran parte dei mobili causando il suo internamento presso l’ospedale psichiatrico di Volterra. Nel Manicomio di Volterra, Bellucci trascorreva la maggior parte della sua giornata legato al suo letto. Era temuto per la forza fisica che dirigeva in modo distruttivo verso gli oggetti intorno a sé. Rompeva vetri delle finestre, strappava radiatori e rubinetti, causandosi anche gravi ferite alle mani. La sua esistenza era un equilibrio instabile tra la vita e la lotta per sopravvivere. Cfr. https://manicomiodivolterra.it/franco-bellucci/
23 https://bonapartedotblog.wordpress.com/2022/01/29/franco-bellucci/
24 Cfr. Conversazione tra Piero Gilardi e Claudio Spadone, in Piero Gilardi, Loggetta Lombardesca, Ravenna 1999, p. 35.
25 Cfr. https://www.psychomedia.it/neuro-amp/99-00-sem/meoni.htm
26 Cfr. G. MANGIAPANE, C. BALMA-TIVOLA, Arte irregolare in Italia. Storie, passaggi e connessioni, “Medea”, VI, 1, 2020, DOI: 10.13125/medea-4175, p.9.
27 La storia delle diverse iniziative è stata ricostruita da Tea Taramino in un’intervista effettuata dagli autori del contributo a Torino il 20 giugno 2018.
28 Cfr. T. TAMARINO, I luoghi del possibile. Dal Laboratorio La Galleria a In Genio Arte Contemporanea, in B. Tosatti, S. Ferrari (a cura di), Inquietudine delle intelligenze. Contributi e riflessioni sull’Arte Irregolare. Quaderno di Psico Art Rivista online di arte e psicologia, Università di Bologna, Bologna 2015, pp. 233-241.
29 Cfr. A. CHIAPPORI, Un’arte ‘mai vista’ che sparge ricchezza in città, “Artintime”, 11.04.2016.
http://www.artintime.it/unarte-mai-vista-che-sparge-ricchezza-in-citta/.
30 Cfr. G. MANGIAPANE, C. BALMA-TIVOLA, Arte irregolare in Italia. Storie, passaggi e connessioni, “Medea”, VI, 1, 2020, DOI: 10.13125/medea-4175, pp.13-15.
31 Cfr. C. BROCANELLI, Il teatro nell’espressione del Sé: il processo riabilitativo in salute mentale attraverso le arti terapie, Università Politecnica Delle Marche – Facoltà di Medicina e Chirurgia, p. 40.
32 Ibidem.
33 Cfr. https://lebuonearti.wordpress.com/arteterapia/
34 Cfr. C. COPPELLI, Le visioni del disagio. Breve percorso iconografico dall’arte alienata all’arte terapia, Nuove Artiterapie, Nuova Associazione Europea per le arti terapie, Roma, 2011, pp.8 e 9
35 Cfr. Conversazione tra Piero Gilardi e Claudio Spadone, in Piero Gilardi, Loggetta Lombardesca, Ravenna 1999, p. 35.
36 Cfr. https://www.outsiderartsicilia.it/sicilia-artisti-e-luoghi/gli-artisti/giovanni-bosco/
37 Aperta come spazio di attività espressive (pittura, lavorazione della creta, ceramica) con funzioni terapeutico-riabilitative per i ricoverati del manicomio, l’ex ospedale psichiatrico V. Chiarugi, Firenze. In palese rottura con le logiche repressive dell’istituzione totale, La Tinaia ha costruito la propria storia scommettendo sulla possibilità dell’arte, del fare arte, come mezzo per accedere ai mondi chiusi della follia, come occasione di comunicazione e ricostruzione di relazioni interrotte o negate dalla forza distruttiva del disagio psichico.
38 Cfr. https://www.artbrut.ch/en_GB/author/galli-giovanni
39 Cfr https://www.museodellamente.it/
40 Cfr. http://www.ilgiornaledellefondazioni.com/content/arte-irregolare-italia-storia-di-un-amore-mai-nato.
41 Cfr. https://www.casadellartbrut.it/
42 Cfr. https://www.festivalarteirregolare.it/
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